Agata Torelli

Presenzierà alla VI edizione di Disanima Piano (settembre 2019)
 
Agata Torelli (Casalmaggiore, 19 giugno 1995) si forma parallelamente presso la compagnia sperimentale Teatro Magro e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Sviluppa una pratica prettamente performativa, che associa le riflessioni sulle necessità corporee alla creazione di dispositivi che supportano l’azione. Tra le ultime attività si segnalano Artworks that ideas can buy (2019, Artefiera) di e con Cesare Pietroiusti, Prospect <EVA> (2019, Live Arts Week VIII) di Michele Rizzo e Billy Bultheel, Evanescence Project (2019, Milano), mostra conclusiva del progetto in collaborazione con King Manichini a cura di Luca Panaro, e la partecipazione al workshop Performance (2019, Milano), parte del progetto Q-Rated, organizzato dalla Quadriennale di Roma presso Pirelli HangarBicocca.
 
POETICA
"schema corporeo […] un insieme di informazioni normative che condizionano la consapevolezza che un soggetto ha del proprio corpo e delle sue parti, della loro posizione nello spazio, della loro funzione, della loro collocazione nel corpo, della loro ‘gerarchia’, e così via"
(Gian Antonio Gilli, L'Età delle Membra)

A partire da questa definizione si sviluppa l'intero corpus delle sue opere. L'artista desidera indagare il proprio schema corporeo, comprenderne le necessità e soddisfarle. Per fare ciò, attua pratiche di resistenza forzata e costrizione del corpo che inducono in esso reazioni di piacere fisiologico. Non si tratta di semplice masochismo, poiché non è dal dolore che scaturisce il godimento. É piuttosto la ricerca di una tensione costante che produce una maggiore consapevolezza del proprio organismo, una sensazione di interezza che non trova altra verifica se non in queste azioni anticonvenzionali.
Le performance sviluppano filoni diversi, per ricalcare la realtà sfaccettata di tale bisogno fisiologico: dalla reinterpretazione di gesti quotidiani, alla ricerca posturale, fino all'approdo relazionale. Ogni sfumatura riporta l'attenzione sul corpo come scheggia di una realtà esplosa, che non deve essere ricondotta ad un intero, ma può vivere di luminosa autonomia.
 
PENSIERI SULLA SOSPENSIONE
Qui in alto c’è profumo di pini, di zucchero e di gesso bianco. C’è un ragno che si arrampica pacifico, e un frammento di gamba che stona. Qui in alto ci sono correnti d’aria calda e brezze marine, orsi polari e un leggero gonfiore allo stomaco. Da qui in alto si vedono strisce azzurre e rosse e verdi. Si vedono occhi come pozzi, mani piene di diamanti e grandi bocche agitate. Compaiono nervosi dondolii, che vanno subito frenati.
Così sospesi, si respira più profondamente. È denso, questo sprofondare. Sollevarsi per affondare, per ricadere in una radice solida e costante. Scalare le più alte cime per ritrovare un centro che non fa altro che fuggire. Perdere contatto con la terra per sentire più vivamente la gravità.
In questa tensione verso l’alto il percorso si fa denso. Lo spazio tra chi sta sotto e chi sta sopra può essere raccolto con il cucchiaino e ingoiato come miele. Mostra tutto il suo peso specifico, e rende ancora più evidente la differenza tra alto e basso. E chi sta sotto prova soggezione, chi sta sopra attrazione; chi sta sotto è stimolato dal pericolo, chi sta sopra dal brivido dolce del trasporto.
Ha il gusto dell’identificazione, quello stare sopra. Per chi, come me, non sente il suo corpo mai nel posto giusto, sollevarsi equivale a ritrovarsi. Ricordarsi. Riaversi.
 
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